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Una montagna severa e grandiosa accoglie sul versante valsesiano del Monte
Rosa l'escursionista diretto al Colle Superiore delle Pisse, a 3112 metri, dove
la muraglia dello Stolenberg concede un varco a chi intende affacciarsi sulla
valle del Lys e ammirarne i ghiacci sterminati. Per tracce e pietrame un
sentiero sale al rifugio Crespi Calderini, a quota 1836 m, lambendo l'incombente
cascata delle Pisse. Ci vogliono almeno quattro ore per superare quei
milletrecento metri di dislivello, un paio di meno se si parte dalla stazione
intermedia della funivia che da Alagna sale a Punta Indren. Per carità, niente
che oggi possa mettere in imbarazzo un serio e preparato escursionista. E quasi
una bazzecola per i pionieri che all'inizio del diciannovesimo secolo salivano
alla ricerca dell'oro, carichi come muli di vanghe, martelli e picconi.
Lassù la rustica capanna Vincent testimonia oggi di quella lontana febbre e
anche di una storia bellissima e fin troppo ignorata: quella dei fratelli Adolf
e Hermann Schlagintweit scesi alla metà dell'Ottocento dalla Baviera per
esplorare questi ghiacci remoti. Intrepidi, i due hanno sostato alle Pisse per
un paio di settimane, dal 2 al 16 settembre 1851, dividendo con i cercatori
d'oro quella capanna inospitale. Sui loro quaderni di giorno in giorno hanno
annotato
minuziosamente
ogni particolare. Osservazioni topografiche, geologiche e naturalistiche
testimoniano il loro impegno, la loro vastissima cultura. Ed erano poco più che
ragazzi, 22 anni uno e 25 l'altro.
La Capanna Vincent al Colle
superiore delle Pisse (3112 m) come è apparsa ai fratelli Schlagintweit nel
1851, ai tempi delle loro ricerche sul Monte Rosa.
Di questo soggiorno alle soglie dei quattromila, contrassegnato anche dalla
prima salita ufficiale alla Pyramide Vincent, 4215 m, lungo un itinerario poi
diventato "normale", e di una salita mancata per pochi metri alla Dufour,
restano oggi un importante libro di ricerche e una fondamentale "Karte des
Monte-Rosa und Seiner Ungebungen", in scala 1:50.000, che le edizioni Zeisciu
con il patrocinio del CAI di Varallo hanno recuperato in fac-simile e allegato a
un volume dedicato al prete alpinista Giovanni Gnifetti, parroco di Alagna.
E non solo. Dall'estate del 2001 sui muri della capanna Vincent una lapide
ricorda lo straordinario lavoro di Adolf ed Hermann sulla cui opera si sono
soffermati alcuni studiosi invitati ad Alagna dal Comune, dalla Comunità Montana
Valsesia e dal Lions Club Valsesia nel 150º anniversario di questa prima
spedizione scientifica con permanenza in quota sul Monte Rosa. "Un significativo
segno di attenzione, più che meritato. Ma forse si sarebbe potuto o si potrebbe
fare di più intestando a loro quel colle delle Pisse che ne testimonia il
grandissimo impegno. O anche la Ostpitze della Dufour da loro salita nel 1851. O
infine un rifugio, un bivacco. Un onore che questi studiosi ingiustamente
dimenticati meritano più che mai", osservano gli studiosi milanesi Giorgio e
Laura Aliprandi, tra i più rinomati esperti in fatto di cartografia storica
delle Alpi. Dagli appunti della relazione che il professor Aliprandi ha
presentato ad Alagna emergono i ritratti non solo di Adolf ed Hermann, ma anche
di Robert, il minore dei tre, che li accompagnò in una spedizione scientifica
nel Turkistan dove nel '55 riuscirono a salire sulle pendici del Kamet fino a
6785 metri, la massima altitudine mai raggiunta prima di allora. Un viaggio
conclusosi tragicamente:
Adolf,
scambiato per una spia inglese, venne decapitato da fanatici musulmani.
Laura e Giorgio Aliprandi, tra i maggiori studiosi della
cartografia alpina ai quali dobbiamo queste note sui fratelli Schlagintweit,
fotografati con l'alpinista Riccardo Cassin.
"Eccezionale fu per i tempi anche la precisione con cui Adolf ed Hermann
calcolarono con il loro barometro a sifone le altezze di nove cime del Monte
Rosa", spiega Aliprandi. "Questi risultati sono contenuti in una pubblicazione
del 1853 edita a Torino alla cui Accademia delle scienze i fratelli comunicarono
i risultati della loro spedizione scientifica. Serietà, scrupolo e diligenza
furono del resto una costante delle loro ricerche. I rilievi barometrici erano
effettuati nove volte al giorno, dalle 6 del mattino alle 10 di sera.
Contemporaneamente uomini di fiducia dislocati al San Bernardo, ad Aosta, a
Milano e a Torino rilevavano alle stesse ore temperature e pressioni
atmosferiche. Un'organizzazione capillare e quasi militaresca che ha consentito
la compilazione di un volume di 600 pagine che venne pubblicato nel 1854,
corredato da un atlante con 22 tavole e soprattutto da una famosa carta
topografica. Ebbene, quella carta alla metà dell'Ottocento rappresentò per il
Monte Rosa e le sue valli un modello insuperabile di precisione e rigore
scientifico. Nemmeno il Monte Bianco disponeva allora di una carta così ricca
d'informazioni su tutti gli aspetti della montagna: le altezze, i valichi, i
luoghi abitati, i ricoveri, la temperatura dell'aria e delle sorgenti,
l'estensione dei ghiacciai, e persino le lingue parlate dalle popolazioni". È un
mondo scomparso, cancellato dalla nostra civiltà quello che affiora nella carta
topografica dei due Schlagintweit. "Nel vallone delle Cime Bianche che unisce
St. Jacques in Val d'Ayas al Breuil e al Teodulo", continua Aliprandi, "correva
un percorso storicamente importante e bene evidente sulla carta geografica, la
cosiddetta via del vino. Sfidando le bufere di neve, i valdostani trasportavano
infatti il vino nel Vallese riportando in cambio stoffe preziose e altri
materiali. Poco sopra St. Jacques avveniva il cambio dei muli. Negli anni
Settanta era ancora possibile fotografare quelli che potevano essere i resti di
questa mitica strada. Queste e altre tracce visibili più a sud sono state poi
cancellate dalle ruspe per fare posto agli impianti che salgono da
Valtournenche".
Naturalmente non furono i primi, i due Schlagintweit, a esplorare la "gemma
più preziosa della catena alpina", come Silvio Saglio ebbe a definire il Monte
Rosa nella Guida dei Monti d'Italia. Una trentina d'anni prima di Adolf ed
Hermann, esplorazioni con compiti scientifici associati a quelli alpinistici,
come era consuetudine, ebbero per teatro il versante italiano del Rosa. Furono i
gressonari i primi saliti nel 1778 al colle del Lys, e la prima salita alla
Zumsteinspitze fu relazionata da Zumstein stesso, nel 1820, all'Accademia delle
Scienze di Torino. "Ma indiscutibilmente la prima spedizione scientifica con
permanenza in alta quota appartiene ai fratelli Schlagintweit", replica il
professor
Aliprandi
a chi nega questa prerogativa sostenendo le ragioni di avventurosi scienziati
alpinisti che precedettero i due fratelli, quali Parrot, Zumstein, Vincent,
Molinatti, Welden e Gnifetti.
I fratelli Schlagintweit: da
sinistra Robert, Hermann e Adolf
Il ricordo dei fratelli Schlagintweit non deve far dimenticare l'opera del
militare austriaco barone Ludwig von Welden, "Der Monte Rosa", pubblicata a
Milano nel 1824. Von Welden riunì in un solo contesto i risultati delle ricerche
da lui condotte e quelli degli studi precedentemente compiuti da Zumstein,
redigendo così il primo lavoro "globale" sulle valli del Monte Rosa. In
particolare la sua carta topografica allegata al testo rappresenta per la
conoscenza del Monte Rosa un progresso paragonabile a quello apportato dalle
carte di H. B. de Saussure per la zona del monte Bianco. I tempi erano maturi
per un'analisi approfondita del massiccio del Monte Rosa in tutti i suoi aspetti
e questo fecero i fratelli Schlagintweit nel 1851 con la loro presenza di 15
giorni alla capanna Vincent. Essi diedero un contributo globale alla conoscenza
scientifica del Rosa, studiandone tutte le caratteristiche con rigore e metodo.
I risultati vennero riassunti nella loro monografia e descritti ai lati della
carta geografica.
In definitiva, l'opera dei fratelli Schlagintweit non sembra di quelle che si
misurano in termini di prestazioni alpinistiche, ma va commisurata alla qualità
degli studi compiuti: un patrimonio ingente, di cui si prende cura un loro
discendente, il dottor Stefan Schlagintweit. Dalle sue parole si apprende che
dopo la perdita del fratello, Hermann e Robert trasferirono per diversi anni le
loro ricerche tra le montagne dell'Asia centrale. Inestimabile è il valore delle
conoscenze che riuscirono a ottenere circa geologia, meteorologia e orografia
della catena montuosa himalayana. E ci vollero diversi anni per riordinare e
studiare questo materiale che comprendeva anche 751 disegni e numerose
fotografie. Ma di un particolare si può essere certi: fu l'esperienza accumulata
nelle Alpi, insieme con un'inesauribile sete di conoscenza, a guidare i loro
passi nel continente asiatico dove Hermann e Robert hanno percorso a piedi, a
cavallo o in barca, la bellezza di quasi 29.000 chilometri.
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