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da "LO SCARPONE" gennaio 2008

ESPERIENZE

Sopravvissuto!
Solo in piena notte durante la discesa dall'Everest, costretto a bivaccare a 8600 metri: Fabrizio Manoni, guida alpina di Macugnaga, racconta come è riuscito a cavarsela


Fabrizio Manoni fa parte del Gruppo guide di Macugnaga ed è "cresciuto" nella prolifica scuola di alpinismo del CAI di Villadossola. Dotato di particolare ecletticità, vanta la solitaria sulla parete nord del Cervino in 4 ore e la traversata integrale delle Jorasses dal rifugio Torino al Boccalatte. Nel 2003 ha vinto il Riconoscimento Paolo Consiglio.

Bloccato l'estate scorsa in piena notte a 8600 metri di quota durante la ritirata, poco sotto la vetta (mancata) dell'Everest, Fabrizio Manoni, guida alpina di Macugnaga, ha buone ragioni per credere che si sia trattato di uno dei bivacchi più alti nella storia dell'alpinismo. Sopravvivere in quelle condizioni e a quelle quote non è cosa di tutti i giorni, ma occorre pur sempre precisare che almeno tre esperienze analoghe e ampiamente descritte sono da registrare nella corsa alle vette himalayane: quella di Hermann Buhl nel 1953 sul Nanga Parbat, quella celeberrima di Walter Bonatti con lo hunza Mahdi nel 1954 nei pressi del 9˚ campo del K2, e quella più recente del 1996 di Marco Bianchi a 7900 metri durante la discesa dalla vetta del K2.

Curiosamente un episodio di altruismo sarebbe all'origine del micidiale bivacco di Manoni. Ed ecco i fatti. Mentre con i compagni di spedizione Nives Meroi e Romano Benet si prepara il 17 luglio all'assalto  decisivo al tetto del mondo, verso mezzanotte Manoni è indotto a soccorrere una sconosciuta le cui mani si stanno congelando. Non è sola quella donna ed è fornita di bombole di ossigeno. Ma Manoni non si fa ugualmente da parte. Le fa togliere i guanti e prendendola per i polsi ne infila le mani sotto le sue ascelle calde. Perde così minuti preziosi, ma soprattutto paga il suo gesto generoso con un'ipotermia.

"Quando finalmente comincio a salire", riferisce Manoni, "non sento più due dita del piede sinistro e le dita della mano destra. Mi devo fermare spesso per cercare di far riprendere la circolazione. Una, due, dieci volte. I miei due compagni vanno avanti. E quando arrivo a circa 8500 metri una nebbia densa mi avvolge. Faccio pochi passi e mi fermo incerto".

Sta di fatto che dopo avere incontrato altri compagni muniti di bombole di ossigeno, Manoni (che da tre giorni sopravvive a quota 8000 senza respiratori) decide di rinunciare alla vetta. E affronta il bivacco di cui riferisce in queste pagine.

"A causa del freddo", si limitano a scrivere Nives e Romano nella loro relazione, "Fabrizio non ha potuto tentare la cima". Certo, a quelle quote, anche pochi minuti di ritardo possono compromettere il raggiungimento dell'obiettivo. Ma forte resta un sospetto: che ancora una volta nella corsa alla vetta, costi quel che costi, alla solidarietà si siano anteposte le ragioni di un gelido pragmatismo o, peggio, quella follia degli ottomila metri "di cui tutti noi siamo intrisi" come spiega Marco Bianchi, specialista delle alte quote nel raccontare ("Montagne con la vetta", Vivalda 1998) la sua analoga, drammatica esperienza.

 
Un'ombra misteriosa

Fa freddo, freddissimo e sono solo su una piccola cengia a 8600 metri. Scavo con i ramponi un incavo nella neve e mi siedo in maniera da poter appoggiarmi con la schiena alla parete di roccia. Dormo e sogno le colline dove si produce il Barolo. Non so perché, non sono nemmeno mai stato in quei posti. Poi delle potenti vibrazioni mi scuotono. Mi sveglio. La notte è nera come la pece. Ci metto qualche secondo a realizzare dove sono e la realtà è sempre quella: eccomi a 8600 metri di quota. Solo, senza ossigeno. Poi a un tratto sento una presenza, è un'ombra appena dietro di me. Cerco di individuarla spostando di scatto il cappuccio della tuta in piuma. Mi dice che è ora di scendere. Mi alzo. Trovo un passaggio molto stretto. Riesco a passare. Poi il terreno sempre ripido diventa più facile fino a farmi sbucare sul pendio nevoso sopra il campo tre.

Attraverso ancora e finalmente trovo la linea di corde fisse. Iniziando a scendere, all'orizzonte una linea chiara indica l'approssimarsi del giorno.

Poi a un tratto su di un traverso ripido perdo un rampone. L'ombra mi sgrida, mi dice di fare attenzione, mi impone di rimettermi il rampone prestando particolare attenzione. Sono ancora a 8400 metri di quota, più in alto della maggior parte delle montagne di 8000 metri. Poi a circa 8200 metri inizia una bufera di neve, la neve mi arriva alle ginocchia. L'ombra mi sprona a non mollare. Vai piano ma non mollare. Passa la mattina e il pomeriggio e si fa di nuovo sera, la temperatura precipita nuovamente molti gradi sottozero ma ormai vedo le luci del campo base e l'ossigeno entra di nuovo nei miei polmoni. A un tratto dalla tenda mensa della guida svizzera Karin Kobler urla di gioia: è Fabrizio, è vivo, è tornato. Qualcuno dice che sembro un fantasma. Solo in quel momento, l'ombra che mi ha tenuto compagnia mi abbandona. Sono sopravvissuto a un bivacco in alta quota senza tenda e sacco a pelo. E qualcuno mi dice che è stato tra i più alti della storia dell'alpinismo.

Fabrizio Manoni

Il contenuto di questa pagina è tratto dal numero di gennaio 2008 de "LO SCARPONE" e viene pubblicato per gentile concessione del Club Alpino Italiano. Riferimento: www.cai.it

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