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da "LO SCARPONE" febbraio 2003

MONTAGNE NOSTRE. Quali alternative all'abbandono?

Quando i giovani vogliono "restare"

Faccia a faccia con i giovani in una tavola rotonda a Macugnaga, mentre si fa strada una nuova imprenditoria legata al turismo alpino

Ritrovare l'orgoglio delle proprie radici montanare sembra uno dei grandi temi che i residenti delle vallate alpine dovranno affrontare e risolvere a breve termine. Si tratta di un impegno necessario non solo per sopravvivere nelle comunità in quota, ma anche per cercare di dare una svolta all'economia "viziata" da un boom dello sci che rimane solo un bel ricordo.

Ma come ristabilire nei giovani gli equilibri compromessi dalle sirene del turismo invernale e da una sottocultura consumistica dilagata dalle città, sgorgata dai televisori perennemente accesi per spezzare la monotonia? Il tema dello spopolamento montano è tra quelli che più stanno a cuore a Luigi Zanzi, antropologo dell'Università di Pavia e profondo conoscitore dei problemi delle società alpine, e non è stata casuale la sua scelta di una località incantevole e appartata come Macugnaga, e di una festa che tutti gli anni in estate viene dedicata a San Bernardo, il più montanaro dei santi, per "allestire" un convegno sul difficile argomento con un impegno preciso: cedere la parola ai giovani contrapponendo le esigenze di chi ancora resta ancorato alla montagna e di chi se ne allontana per migliorare in città la sua condizione sociale.

Sostenuto dalla vivace dialettica dello studioso varesino e dall'arguta bonomia di Rolly Marchi, il simposio dedicato al tema "Walser: ultima migrazione o estinzione?" resta probabilmente uno dei momenti più significativi dell'Anno delle montagne che ci siamo lasciati alle spalle. Un buon proposito sarebbe di considerarlo come un punto di partenza per una ricerca di nuovi sistemi economici nati da quella connessione tra cultura, agricoltura e turismo che Reinhold Messner teorizza nel recente e bellissimo libro "Popoli delle montagne" (Bollati e Boringhieri) come base per la sopravvivenza nelle zone montane. Se ne riparlerà.

Intanto, a Macugnaga, a sostenere le ragioni di chi preferisce ancorarsi alla sua valle c'erano due giovani nati e cresciuti ai piedi della severa parete Est del Monte Rosa. Fiero della sua divisa di guida alpina, Fabio Jacchini ha raccolto l'eredità di una dynasty di professionisti dell'accompagnamento in montagna, consapevole di godere del privilegio di una certa esclusività "perché di giovani che vanno in montagna sembra non ne esistano più". Più schivo, Silvio Pella ha raccontato della sua vita di contadino a sua volta erede di una tradizione familiare, del suo misurarsi con le stagioni e con l'altalenante clientela che d'estate assorbe i suoi prodotti direttamente sul posto, mentre d'inverno lo costringe a caricare i formaggi su un furgone per andarli a vendere nei mercati di pianura.

Da sinistra Fabio Jacchini e Silvio Pella. Jacchini appartiene a una rinomata "dynasty" di guide alpine di Macugnaga. Pella ha scelto la strada dell'agriturismo in valle Anzasca continuando a sua volta l'attività agricola iniziata dalla famiglia.

Due scelte di vita indubbiamente impegnative quelle di Fabio e di Silvio ai quali sono andate meritatamente le Insegne di San Bernardo. Ma anche due interessanti punti di riferimento per i giovani montanari che scelgono di studiare in città senza avere un progetto concreto che li leghi alla loro terra: giovani, questi ultimi, che il professor Zanzi ha spronato a puntare su idee e progetti innovativi, su un futuro tutto da inventare.

E inevitabilmente nel dibattito sono risuonate le parole di Messner, grande amico ed estimatore di Zanzi. "Ciò che sono riuscito a realizzare a Juval grazie alla connessione tra cultura, agricoltura e turirmo", ha detto Reinhold, "credo sia possibile anche in altre zone montane. Vale la pena quindi di cercare di arrestare l'esodo dalle montagne e trovare nuovi sistemi economici, nuove forme di benessere che la montagna può offrire".

Tra queste forme di benessere va considerato, come ha sottolineato Zanzi, un turismo debitore all'agricoltura, non solo per via dei prodotti enogastronomici di montagna che rappresentano una punta d'avanguardia nel campo delle produzioni di qualità, ma soprattutto per la funzione di organizzatrice del paesaggio che l'agricoltura rivendica. Numerosi e assai validi sono gli esempi di turismo alpino coordinato con il settore agricolo locale.

Uno fra tanti: un imprenditore svizzero ha raccontato durante un convegno della Commissione per la protezione delle Alpi (CIPRA) come la "Strada del formaggio", costruita nell'ambito del progetto "Vita e natura nel Bregenzerwald", sia riuscita a creare un'immagine accattivante e solide prospettive di sviluppo in un'intera regione affetta da cronici problemi di pendolarismo. Un esempio fra i tanti a cui i giovani imprenditori di montagna possono ispirarsi, o magari copiare di sana pianta. Ma con un indispensabile presupposto. Devono essere previste forme di incentivazione per favorire lo sviluppo del settore e gli investimenti necessari per il recupero di maggenghi, alpeggi, sentieri, strade di montagna, e per rendere desiderabile l'agricoltura come professione in rapporto anche agli standard di reddito e qualità della vita. Solo così sarà possibile mettere un argine allo spopolamento o, peggio, all'estinzione delle attività umane in montagna.

Il contenuto di questa pagina è tratto dal numero di febbraio 2003 de "LO SCARPONE" e viene pubblicato per gentile concessione del Club Alpino Italiano. Riferimento: www.cai.it

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