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da "LA RIVISTA" nov-dic 2002

L'epoca delle prime invernali

Punta Gnifetti
parete Nord-Est
la "via dei Francesi"

via Lagarde-Devies
prima ascensione invernale
(Armando Chiò, Donino Vanini)
26-27 febbraio 1965

di Armando Chiò

Nel 2003 ricorre il mezzo secolo dalla prima invernale sulla Est del Rosa. L'avevano compiuta i milanesi Emilio Amosso e Oliviero Elli dal 9 all'11 marzo 1953, raggiungendo il Silbersattel, la "Sella d'argento" che unisce la Dufour alla Nordend e che, con i suoi 4517 metri, è il colle più alto delle Alpi. Due anni dopo, nell'estate 1955, Hermann Buhl vi avrebbe scritto la prima solitaria: era stato invitato a Zermatt per il centenario del Cervino, ma invece di arrivarvi comodamente a bordo del trenino rosso, ne aveva approfittato per fare la Est del Rosa. "Era l'ingresso più nobile".

La punta Gnifetti d'inverno,
dallo Jägerjoch

In verità, nella rassegna delle invernali sulla parete di Macugnaga, bisogna ricordare che già il 20 marzo 1948 i valsesiani Ottavio Festa e Adolfo Vecchietti, partendo però da Alagna, avevano percorso la cresta Signal che divide i due versanti culminando alla capanna Margherita. Era anche questa una prima invernale.
Dopo Amosso ed Elli, nei lunghi mesi invernali la Est del Rosa è rimasta in sonno.
Un'emarginazione rotta nel febbraio 1965 da due grandi imprese: la prima, sulla Dufour, a opera di quattro guide di Macugnaga: Luciano Bettineschi, Felice Jacchini, Michele Pala e Lino Pironi. La seconda sulla Punta Gnifetti, con le guide ossolane Armando Chiò e Dino Vanini che hanno percorso la "via dei francesi", l'itinerario più lungo delle Alpi: dal ghiacciaio alla vetta sono circa 2400 metri di dislivello.
Fino a quell'impresa Chiò e Vanini erano noti soltanto nel cerchio piuttosto ristretto delle valli ossolane, in particolare dell'Alpe Devero (patria di Vanini), dove avevano inanellato diverse prime. Si erano formati in modo "autarchico", secondo le esigenze di un tempo che spesso imponevano ai giovani di portare la bricolla invece del sacco con piccozza e ramponi. Questione di vita e di sopravvivenza, più che di gloria alpinistica. Due montanari autentici, figli genuini della loro terra. Armando Chiò è morto all'inizio di quest'anno a Gaby, nella valle di Gressoney, dove faceva il guardiapesca. Per Dino Vanini invece il "feeling" con la montagna continua ancora ben saldo. Lo si trova spesso al Devero. Figura ieratica, barba candida e fluente. La serenità del vecchio saggio. Era uscito indenne anche dalla terribile bufera di quella invernale sulla Nord-Est della Gnifetti.

Teresio Valsesia

Febbraio 1965
Luciano Bettineschi e Lino Pironi, due delle guide di Macugnaga che hanno compiuto da poche settimane la prima invernale alla "Est della Dufour", ci salutano con una forte stretta di mano e rimangono a guardarci mentre diventiamo piccoli punti scuri che risalgono il ghiacciaio del Belvedere.

Alba invernale sulla parete Est del Monte Rosa: la punta Gnifetti è la prima a sinistra

Sono le prime ore del pomeriggio del 25 febbraio 1965.
Siamo rimasti soli.
Davanti a noi nella sua imponenza la montagna e una pace immensa e un silenzio infinito sui tormentati ghiacciai che scendono dalle Punte della Tre Amici e dai canaloni del Rosa.
Stabiliamo di bivaccare al limitare del ghiacciaio Signal.
Nei nostri sacchi rimaniamo in silenzio a guardare le montagne. La luna si è alzata presto e la nostra parete sembra rianimarsi dal suo gelido torpore.
Scrutiamo attentamente la parete che sembra al nostro occhio critico perdere la sua grandiosità di muraglia più alta e più larga di tutte le Alpi.
Eppure 2200 metri ci separano dalla vetta...
Non fa nemmeno tanto freddo.
A mezzanotte la luna tramonta dietro la Dufour.
Riusciamo anche a dormire ora che la notte domina sulla montagna.
L'alba del 26 febbraio è di nuovo uno spettacolo meraviglioso.
Il tempo è bello e affrontiamo decisi lo sperone che incombe sopra le nostre teste.

Nel disegno di Gino Buscaini la "via dei Francesi" è il tracciato 216f. (da GMI - Monte Rosa, di G. Buscaini, CAI-TCI, 1991)

D'estate è stato sinora percorso sette volte.
I primi furono i francesi Lucien Devies e Jacques Lagarde nel 1931; per questo la chiamano "via dei Francesi". Da sei anni non la percorre più nessuno.
Perché lo vogliamo fare d'inverno?
Col freddo quel ghiaccio pensile incombente su parte del percorso dovrebbe restare quieto al suo posto.
Inoltre la montagna d'inverno è più autentica nella sua smisurata solitudine.
Ma perché dobbiamo trovare giustificazioni a questa nostra idea così semplice ed entusiasmante?
La parete è presto sbarrata dalle prime seraccate.
Buon uso di piccozza e ramponi: è il nostro mestiere.
A mezzogiorno improvvisamente si alza lo scirocco.
Tepore diffuso e densi vapori salgono dalla valle.
Ci guardiamo perplessi.
Poche parole per decidere se avanzare o ridiscendere.
Ascoltiamo il transistor: nostro unico legame col mondo.
Le previsioni del tempo si mantengono favorevoli e decidiamo di proseguire.
Il ripidissimo scivolo di ghiaccio ci impegna a fondo mentre ci avviciniamo al grande ghiacciaio pensile con i suoi seracchi minacciosi dai metallici riflessi verdastri.
Un boato improvviso e lontano: lo sciricco ha fatto staccare dalla Zumstein un'immensa valanga.
Assistiamo muti allo spettacolo apocalittico che si svolge sulla nostra destra; guardiamo sopra di noi e forziamo l'andatura.

Veduta invernale della Punta Gnifetti sovrastante il Ghiacciaio di Sesia (le foto sono di T. Valsesia)

A sera siamo sotto la cresta nevosa chiamata "cresta d'asino" e cerchiamo un terrazzo roccioso per il bivacco.
Con la luna arriva dalla Nordend un vento sempre più pungente e violento.
Durante la notte la furia del vento si intensifica in modo disumano.
Stretti l'un l'altro, nell'illusione di ripararci, cerchiamo di resistere.
Le raffiche impetuose, che ci tormentano senza tregua, a volte ci sollevano dalle rocce a cui siamo assicurati e ad ogni violento scrollone abbiamo la sensazione di precipitare.
Duemila metri sotto di noi, fra le nuvole del nevischio, le luci di Macugnaga.
Da qui il ritorno è impossibile.
Notte eterna, di sofferenza.
Attendiamo il sole come una liberazione.
Arriva infatti, ma la tormenta non accenna a diminuire.
Frastornati saliamo alla cresta di ghiaccio rubando piano piano, palmo a palmo, la montagna alle avversità scatenate contro di noi.
Un ghiaccio vitreo ci costringe ad un duro lavoro fino alle rocce terminali: il cosiddetto "castello".
Inutilmente cerchiamo riparo nei canalini e negli anfratti rocciosi.
I miei piedi sono insensibili: come se non fossero miei.
Ci fermiamo: volti stravolti, gole riarse, incrostazioni di ghiaccio dappertutto.

Lo sperone seguito dalla "via dei Francesi", e la cuspide terminale della Punta Gnifetti

Levo i guanti per togliermi gli scarponi e riattivare la circolazione.
È una fatica inutile: gli scarponi sono di legno, di quello duro.
Le mani diventano bianche. Meglio rimettere i guanti e salire senza perdere un attimo.
Alle 17 siamo al colle e mezz'ora dopo, ansanti, alla capanna Margherita.
Il sole sta tramontando, lontano, verso il Gran Paradiso.
Nel locale invernale della più alta capanna d'Europa lottiamo disperatamente contro l'ossessione del gelo.
Una crosta ghiacciata ricopre le pareti e tutto quanto è attorno a noi, bombole del gas e coperte comprese.
Tolgo gli scarponi e tutta la notte massaggio i miei poveri piedi.
La vittoria mi pare irreale, lontana. Una vittoria di altri, non nostra.
Nostri sono i piedi.
I miei in particolare perché Dino è riuscito a ristabilire la circolazione del sangue nei suoi ed ora mi dà una mano.
Ma le mie dita non rinvengono...
Rimetto di tanto in tanto gli scarponi per avere la certezza di poterli calzare ancora.
Vorrei pensare a nulla: non ai miei bambini, non a mia moglie.
Dino mi passa le ultime prugne, un sorso di tè, poi si assopisce.
Io no. Non posso dormire.
Pensieri strani, dolore, disperazione speranze improvvise, vive. False.
Ritornano incubi cupi a soffocare le gioie della conquista.
Sento il respiro del mio compagno ritmato, stanco.
Ho la sensazione della mia inutilità; mi sento un uomo finito.

La parete Est del Monte Rosa, con la Punta Gnifetti a sinistra (f. Teresio Valsesia)

Fuori il vento dei quattromila disperde giù per il ghiacciaio del Grenz la mia solitudine che sa di desolazione.
Ho voglia di piangere: forse è la prima volta che piango.
Tutta la notte, come un automa, a massaggiare dei piedi senza vita.
Alle otto del mattino lasciamo la capanna.
Due ore dopo siamo all'Indren: la funivia non funziona.
Giù ancora come dei disperati sino alle Pisse, affondando sino al ventre.
Qui la funivia ci porta ad Alagna.
Trovo papà, gli amici.
E il medico, che dopo un esame sommario scuote il capo.

Ottobre 1965
Sono otto mesi che mi trascino da un ospedale all'altro.
Un continuo alternarsi di speranze e delusioni.
Poi la triste realtà: da due mesi guardo i miei due monconi. Ho perso tutte le dita.
È il 3 ottobre.
Per il raduno annuale del Club dei Quattromila del M. Rosa sono risalito a fatica al rifugio Zamboni.
Sulla terrazza, dopo la messa, mi consegnano una targa ricordo per la nostra ascensione invernale.
La parete pare sorridere nel sole caldo d'autunno.
Anch'io riesco a sorridere in mezzo a tanti amici, guide, alpinisti.
Ho davanti ai miei occhi la nostra via e tutti gli altri itinerari della parete Est del Rosa: il canalone Marinelli, la cresta Signal, il canalone della Solitudine, il lenzuolo della Nordend, la cresta di S. Caterina, le rocce della Dufour.
La montagna, tutta la montagna, coi suoi nomi ormai familiari, col suo fascino.
A sera scendo a Macugnaga.
Ho fatto la pace con la parete. Siamo tornati buoni amici.
Sono tranquillo e sereno.
Per i piedi: pazienza.
Tornerò prima o poi da queste parti.
Siamo tornati buoni amici io e la montagna.

Armando Chiò
(Guida dell'Ossola)

1a ascensione invernale alla Punta Gnifetti - per il versante N-E (via Lagarde - Devies 1931). (Itinerario 153-d pag. 244 "Guida del M. Rosa"), Armando Chiò e Donino Vanini, 26-27 febbraio 1965.

Il contenuto di questa pagina è tratto dal numero di novembre-dicembre 2002 de "LA RIVISTA del Club Alpino Italiano" e viene pubblicato per gentile concessione del Club Alpino Italiano. Riferimento: www.cai.it

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