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da "LA RIVISTA" lug-ago 2003

5 giorni semisolitari sulle creste del Monte Rosa

Voglia di Dufour

di Annarosa Andrei

"Mi congratulo per la tua solitaria alla Dufour, la montagna in solitaria ha un fascino e una profondità ineguagliabili."

La sfilata dei 4000 del M. Rosa: da sinistra dal Castore alla Piramide Vincent, con in mezzo i due Lyskamm e la valle di Gressoney
(f. T. Valsesia)

Queste le recenti parole di un amico alpinista, al quale, in occasione dei miei 50 anni, avevo accennato ad una mia salita in solitaria sul Monte Rosa. Poche parole, che però hanno colto l'intensità di quella esperienza, e che mi hanno fatto venire voglia di raccontarla.

Una mattina dei primi giorni di agosto di qualche anno fa, mi alzo dal tavolo, invaso dalla cartina e dalla guida del Rosa, finalmente tranquilla.
Ho deciso: sul Rosa ci sarei andata da sola.
Erano passate le estati, una dopo l'altra, sempre con la Dufour in testa, sempre alla ricerca di un compagno di cordata. Ma, chi aveva altre mete, chi altri impegni, chi non se la sentiva... I peggiori rimandavano al prossimo anno.
Quella mattina il Rosa mi attirava come una calamita, leggevo la guida ed ero là, il resto del mondo era lontano, ero partita, ero già su. Alle 11, avevo deciso. Tutte le previsioni meteo erano favorevoli e promettevano tempo stabile, era il momento giusto. E io c'ero, ero pronta.

Come gli altri grandi 4000 che avevo salito in precedenza, la salita alla Dufour doveva essere fatta in traversata, per omaggio alla bellezza e per continuità col passato.
Escludo a malincuore la salita per la cresta Rey.
Bisogna essere molto onesti con sé stessi quando si sceglie una salita in solitaria. La ricerca del percorso richiede un equilibrio molto preciso: non si può scegliere una salita banale e non si può andare oltre le condizioni oggettive del momento.

Da sinistra Colle Gnifetti, Zumstein, Colle del Papa, Dufour e Silbersattel.
(f. Valsesia)

Dovevo tenermi dei margini: non è possibile prevedere tutto, le difficoltà impreviste sarebbero arrivate e allore forse mi sarei sentita molto sola.
Quindi, normale italiana in salita, dal bivacco Balmenhorn, normale svizzera in discesa.
Poi bisognava collegare il Balmenhorn alla Monte Rosa Hütte...
Alla fine rileggevo soddisfatta il mio programma scritto sull'agendina: Partenza dal Rifugio Quintino Sella, traversata del Lyskamm, dal Naso o per la cresta secondo le condizioni (mie e della montagna), arrivo al Balmenhorn, salita alla Dufour dal versante italiano e discesa alla Monte Rosa Hütte, salita per la cresta Nord del Polluce e sosta al bivacco Rossi e Volante, traversata del Castore e arrivo al Quintino Sella. Quattro giorni, fine del giro.
Bellissimo.

Sarei partita due giorni dopo, il venerdì, così avrei avuto un intero giorno di riflessione, e avrei fatto le due ascensioni più difficili il sabato e la domenica, massimizzando le probabilità di trovare altri sul percorso, ed evitando così almeno i problemi di ricerca della via.

La vetta del Lyskamm occidentale con a sinistra il Cervino e a destra la Weissmies.
(f. Lorenz Breitfeld)

La salita per la nord del Polluce, oltre che portarmi per cresta su una montagna che mi piaceva moltissimo per un versante nuovo, mi avrebbe anche risparmiato il pericolo dell'attraversamento del ghiacciaio del Breithorn, assai crepacciato.
Purtroppo quella parte del programma non sarei riuscita a compierla, a causa delle pessime condizioni del versante nord della montagna, che la rendevano impraticabile.
Avrei anche portato l'imbrago e uno spezzone di corda da 20 m nell'evenienza di trovare, chissà, qualche altro solitario. Il mio obiettivo non era "la solitaria", era di fare il "mio" giro: se trovavo qualcuno, meglio, altrimenti avrei proseguito da sola.

Venerdì
Preparo lo zaino, saluto mio marito e parto.
Durante il percorso in auto verso Gressoney ripensavo al suo leggero sorriso e al suo semplice "ciao". Grazie per non avermi reso ancora più difficile questa partenza.
Nel tardo pomeriggio arrivo al Quintino Sella, letteralmente invaso da alpinisti. La temperatura è deliziosa, quasi tutti sono fuori a godersi l'ultimo sole. Quasi tutti, in piedi, fermi, poi si voltano, e di nuovo fermi, a guardare per aria: in un cielo terso, a ovest c'è il sole, rosso, che si avvicina al tramonto, dalla parte opposta si è alzata e troneggia una luna bianca e gigantesca. Il tutto su una splendida vista dei ghiacciai e delle cime del Castore e Lyskamm.

La parete valsesiana del Monte Rosa con la Parrot e la Punta Gnifetti, sulla cui sommità appare la Capanna Margherita
(f. Valsesia)

Spettacolo unico! Lo prendo per un buon auspicio, e comincio a favorire l'ipotesi della cresta.
L'altro buon auspicio arriva a cena.
Mentre quasi tutti hanno come meta la normale del Castore, proprio i miei due compagni di tavolo fanno il Lyskamm. "Veniamo da Vicenza, per fare la cresta. È una delle creste più belle di tutte le Alpi." La cresta mi frulla nella testa...

Sabato
Mi pesa tantissimo alzarmi presto, ma alle 4 sono giù a far colazione. I due vicentini stanno partendo. Poco dopo anch'io inizio la salita. Due puntini davanti a me, come un faro. In alto, i ramponi grattano. Sotto c'è un po' di ghiaccetto, speriamo che non peggiori.
Alle sei arrivo sul Lyskamm occidentale, guardo la cresta, panico!
Liscia, sottile, non capisco neppure come posso alzarmici in piedi. Non pensavo che fosse così stretta! E così infinitamente lunga! A destra piomba giù con un netto gradino verticale seguito da un pendìo ripidissimo, a sinistra è leggermente più dolce, ma lì sotto c'è la terribile parete nord del Lyskamm.

Il Lyskamm Orientale dal Colle del Lys.
(f. T. Valsesia)

Tornare indietro? Guardo i due alpinisti davanti a me. Procedono. Con calma, ma procedono entrambi. Respiro lungo. Guardo davanti a me il meraviglioso serpente di neve, sinuoso, lunghissimo, sottile ed aereo.
Sposto lo sguardo all'infinito, percorro la cresta all'indietro fino alla punta dei miei piedi, trovo la misura che mi dà sicurezza a circa cinque metri. Focalizzo quella distanza e parto.
La paura è scomparsa, la tensione si dissolve, torna quella incredibile sensazione di esserci, di avere già superato il problema.
Reggiungo il Lyskamm orientale, ci sono diverse persone in vetta. La cresta inizia la sua lunga discesa. Sono passate quattro ore, sono dall'altra parte, è fatta, è finita, è stata bellissima.
I due vicentini mi stanno aspettando. "Scusaci se non ti abbiamo proposto di venire con noi, ma non credevamo..." Poche parole, che mi danno una grande soddisfazione. Mi sento orgogliosa ed emozionata. Ci salutiamo. Due ore dopo sono al Balmenhorn, avvoltolata nelle coperte, in un sonno profondo e liberatorio.

Verso le 15 il bivacco si anima, mi sveglio, mangio qualcosa, si parla. Qualcuno mi ha visto stamani. Due ragazzi tedeschi, Lorenz e Alexander, erano anche loro lassù e domani salgono alla Dufour per la cresta italiana.
Mi propongono di salire con loro. Accetto con entusiasmo: la salita alla Dufour in tutto relax!

Domenica
Prima di mezzogiorno siamo in vetta. Il tempo è splendido, la temperatura da spiaggia, ce ne stiamo seduti a guardare il mondo da lassù, a chiacchierare come se avessimo sempre parlato la stessa lingua, persino l'inglese è diventato facile.
C'è gente che sale dalla Rey, ieri erano al bivacco con noi, ci salutiamo. Viene l'una. Lorenz, che ha più buon senso degli altri, si accorge che è ora di scendere.
Baci, abbracci, scambio di indirizzi, e ci separiamo. Loro tornano indietro, io proseguo verso la Svizzera. Davanti a me, nessuno, ma poco oltre vedo la traccia sulla neve. Sospiro di sollievo!

Annarosa Andrei sulla vetta della Dufour
(f. Breitfeld)

Una mezz'ora di roccette e sono sulla traccia. Scendi scendi, salta crepacci, più piccoli e più grandi, arrivo alla base della crepaccia terminale e perdo la traccia!
Tutto intorno buchi enormi, invalicabili.
Torno sui miei passi, provo a spostarmi a destra e a sinistra, mescolando i segni dei miei ramponi ai segni precedenti.
Sotto i miei piedi, buchetti dappertutto, che portano sempre davanti a un grande crepaccio. Più giro e più faccio buchetti, non ci si capisce più niente.
Valuto le ore di luce e l'eventualità di un bivacco, cerco di recuperare il senso dell'orientamento, controllo l'altimetro, mi guardo attorno col binocolo e, miracolo! vedo gente che sta scendendo. Un po' di fortuna non guasta: anche stasera si dorme in un letto!
Aspetto e mi accodo. In breve siamo sulla morena e, dopo una faticosissima discesa, al calduccio del rifugio, stanca e felice. La Dufour!
I gestori mi chiedono se sono sola, rispondo di sì. A cena chiedo una zuppa, mi aggiungono un paio di wurstel e due kiwi. Mi devono aver visto piccola e magrina...
La tensione si sta scaricando, un leggero tremore mi prende alle gambe. Decido di prendermi un giorno di riposo, domani dormo, poi si vedrà.

Lunedì
Alle otto mi cacciano dal letto. Dopo una colazione abbondante (ci voleva!) sono fuori che guardo perplessa la cresta nord del Polluce.
La guida la dava per PD+. Io non vedo nessun PD+, nessuna traccia, nessuna via percorribile. Eppure la cresta è quella! Chiedo conferma al gestore.
"Vuole andare su di lì? Ma nessuno è più passato di lì da anni! E poi da sola! Non la lascio andare da lì! Torni da dove è venuta!"
"Non posso..." Gli dico da dove sono venuta.
"Tout seule!" Torna dentro. Si sarà arrabbiato? Riesce, si ferma a guardarmi.
46 anni, 46 chili, femmina, beh?
Alla fine mi indica l'unica via logica che mi rimane, proprio quella che avrei voluto evitare: scendere a Zermatt e risalire in funivia al colle del Breithorn. Da lì, raggiungere il bivacco Rossi e Volante o il rifugio.

La punta Zumstein dal Colle Gnifetti; a destra la Dufour
(f. Valsesia)

Conosco bene quel percorso: è facile, ma bisogna attraversare una pericolosa zona di crepacci. Dal colle del Breithorn inizio la traversata del ghiacciaio.
È il primo pomeriggio, è tardi. Il sole, cocente, è insopportabile, il mio naso non resiste più, lo proteggo con un fazzolettino di carta.
L'ambiente è grandioso, non c'è un'anima, solo spazio bianco, accecante, sembra infinito.
Mi sento in sintonia con la montagna, col ghiacciaio, con tutto l'universo; mi sento grande.
Seguo la traccia. Tra poco ci sarà da passare la zona dei crepacci.
Seguo scrupolosamente la traccia. Eccoli, ci siamo, e io inizio a saltare. Uno, poi due, sempre più grandi, sempre più ravvicinati. Mi sento sempre più piccola. La piccozza stretta in pugno, seguo la traccia. Intorno, ogni tanto si sente il rumore di un ponte che crolla. Brivido.

Adesso la pista entra in un leggero avvallamento: al centro, due metri davanti a me, un buco nero grande come una coscia.
Pensiero malvagio: "Quello lì ne è uscito perché aveva una corda davanti".
Mi guardo attorno con un'attenzione inusuale, sento la solitudine, non c'è neanche un animale, osservo la bellezza che mi circonda, e osservo quella maledetta neve, quel buco nero davanti ai miei piedi. No, non mi può fregare adesso. Giro largo, sulla sinistra. Tiene, e sono oltre.

Da sinistra: Parrot, Ludwigshohe, Corno Nero e Piramide Vincent dal Lyskamm orientale
(f. Breitfeld)

Passo sotto il bivacco Rossi e Volante, arroccato sul fianco della Roccia Nera. Mi piace l'ambiente del bivacco. Frequentato da gente che riesce a sentirsi a proprio agio in ambienti scomodi, cordate affiatate, che hanno in testa la loro salita ma anche la curiosità per le salite degli altri che sono lì. Si chiacchiera, ci si racconta, ci si conosce tutti.
Vorrei andare là, ma non ho cibo e devo mangiare. Scendo al rifugio.

Martedì
Ultimo giorno, giornata no.
Esco dal rifugio insieme a parecchi altri, si va tutti sul Castore, il tempo continua a essere bello, ma non sono dell'umore giusto, comincio a essere stanca. Il "buco nero" di ieri mi ha lasciato un brutto ricordo. Forza, è l'ultimo giorno.
Seguo la colonna, arriviamo alla crepaccia terminale.

La Dufour a sinistra e la Nordend a destra.
(f. Breitfeld)

Sopra c'è un po' di ghiaccio, gli ultimi 20 metri, l'ultima fatica.
Mi trovo in mezzo a un gruppo di tedeschi chiassosi. Il primo passa, gradina con la piccozza, mette un chiodo di sicurezza. Ecco, bravo, falli belli grandi quei gradini!
Li lascio passare tutti, poi vado. In un attimo mi ritrovo in vetta.
Sono le otto, sono in cima, l'ultima cima.
Adesso la discesa al Quintino Sella è banale, praticamente ho finito il mio giro. Incredibile, ce l'ho fatta! Davanti a me, splendida, la cresta del Lyskamm, laggiù la Dufour!
Mi ritorna l'ottimismo, e scendo al rifugio in un attimo.
Mi siedo fuori con il proposito di godermi il sole e la vista dei miei monti.
"Annarosa?" Chiamano me? Mi giro e mi trovo davanti Lorenz e Alexander.
Hanno calcolato il tempo della mia traversata e sono venuti ad aspettarmi. Non potevo sperare in una conclusione migliore!

Pochi allora hanno saputo del mio giro, non avevo voglia di sentire critiche.
Ma con il passare del tempo, mi è rimasto dentro, sempre presente, forse sempre più importante, non tanto per le difficoltà superate, in sé modeste, quanto per il respiro e l'ampiezza del percorso, la solitudine di molti momenti, la sensazione di grandiosità della natura e di simbiosi con essa.
La mancanza di una corda, davanti o dietro che sia, trasforma radicalmente una salita alpinistica: quello che è un contatto con la natura e col mondo diventa un contatto tra la natura e se stessi.

Capanna Margherita con i Lyskamm sullo sfondo
(f. Valsesia)

L'impossibilità di condividere certi scenari o certe situazioni col proprio compagno, anche tacitamente, se da un lato mi provocava una certa tristezza (le salite più belle e più difficili le avevo sempre compiute e condivise con la persona che mi era più cara), dall'altro impediva il fluire delle immagini e delle sensazioni, le fissava in modo permanente nella mia mente.
So bene che non è stata una grande impresa, che è nulla in confronto con quello che hanno fatto i "grandi", ma quella volta, lassù da sola su quei ghiacciai, penso di aver provato le loro stesse emozioni.

Annarosa Andrei
(Sezione di Ivrea)

Il contenuto di questa pagina è tratto dal numero di luglio-agosto 2003 de "LA RIVISTA del Club Alpino Italiano" e viene pubblicato per gentile concessione del Club Alpino Italiano. Riferimento: www.cai.it

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